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Sette geni del far Web

Le utopie di Stallman. Il fallimento di Fanning. Il catastrofismo di Joy... Ecco che fine hanno fatto i guru della New economy.

Gene Kan

Era stato uno dei programmatori di Gnutella, uno dei software che permettono agli utenti lo scambio di file musicali. Appena due anni fa era stato designato da “Time” come uno dei dodici “geni digitali” degli ultimi anni e poco dopo era pure riuscito a incassare dieci milioni di dollari per aver venduto alla Sun Microsystems una sua società, la GoneSilent. Era anche stato chiamato a testimoniare al Senato e lui, un ragazzo di 24 anni che non aveva neanche finito l’università, aveva cercato di convincere gli augusti senatori che il concetto di “file sharing” - la condivisione dei files sul web - non era una minaccia ma un’opportunità, un modello da applicare nei network e nella vita in generale. "La pasta dentrifricia è ormai fuori dal tubo", li aveva ammoniti. Ma nonostante i riconoscimenti, le attenzioni, i soldi , Gene Kan era inquieto e profondamente depresso. Poche settimane fa ha modificato il suo curriculum, ospitato in un server dell’Università di Berkeley, e ha scritto: "Specializzato in fallimenti". Poi, a fine giugno, si è ucciso nel suo villino tra San Francisco e la Silicon Valley.

La tragica fine di Gene Kan non significa che scomparirà anche la sua creazione. "Il drago di Gnutella non ha testa", aveva spiegato Kan recentemente. "È come una malattia. Una malattia buona, che aiuterà l’evoluzione degli esseri umani". Ma è arrivata così, a soli dieci giorni da quando un altro popolare personaggio del mondo Internet, un “evangelista” della Apple chiamato Rodney Lain e noto anche come “Angry MacMan”, ha scelto anch’egli di togliersi la vita. E adesso molti si domandano se questi due suicidi non siano solo il sintomo più estremo di un male oscuro che sta percorrendo la generazione che appena due anni fa sembrava avere cambiato il corso della storia. Se le utopie legate alla diffusione di Internet e di tutto ciò che è digitale non siano diventate pulsioni di morte.

"Per un po’ era stato come tornare agli anni ’60", ricorda Jason Chervokas, co-fondatore di un giornale Internet dedicato a Silicon Alley, la Silicon Valley di Manhattan. "Da un punto di vista culturale, fondare una società Internet era diventato l’equivalente del formare una band musicale ai miei tempi: cambiavi il mondo, riuscivi a dire la tua contro l’establishment e, come se non bastasse, ti beccavi le donne più belle e diventavi ricco". Ma adesso che l’espressione “New Economy” è diventata quasi una parolaccia, il ritorno a terra per molti è difficile. C’è chi è vittima della depressione e chi ha accettato un lavoro in società old economy. Ma molti continuano a credere che Internet, computer, robot e intelligenza artificiale restino lo strumento che aiuterà la nostra specie a trovare prosperità, gioia e saggezza. Siamo andati a a vedere dove sono finiti alcuni dei protagonisti di quegli anni di sogni e di utopia.

Richard Stallman

Quando il dipartimento di Computer Science del Mit decise che per accedere ai suoi computer ci sarebbe stato bisogno di una parola d’ordine, Richard Stallman pensò bene di violare il codice e invitò i suoi colleghi a ignorare la richiesta: se la conoscenza deve essere aperta a tutti perché mai limitarne l’accesso? Era la metà degli anni ’70. E mentre molti dei suoi colleghi di allora hanno fatto carriera nelle grandi corporation o sono diventati ricchi fondando nuove società, Stallman resta impegnato in una sua jihad personale contro tutti quelli che pensano che software e sistemi operativi debbano essere protetti dal diritto d’autore. Una pretesa immorale, dice: "Un muro per dividere la gente". È per questo che quando la MacArthur Foundation gli ha dato una borsa di studio di 250 mila dollari riconoscendo così la sua genialità, Stallman ha usato quei soldi per finanziare la sua fondazione, la Free Software Foundation. Poi, a partire dal 1983, ha elaborato Gnu, un sistema operativo basato su Unix che ha poi aperto la strada a Linux, un software apprezzato anche da Sun e Ibm, ma soprattutto amato dagli hacker, che gradiscono la sua vena libertaria e la facilità con cui può essere modificato. Stallman ha scritto un manifesto, “Hacker Ethics”, sottolineando come la morale degli hacker non sia quella di sabotare siti e reti per il gusto di farlo, ma per aprire a tutti l’accesso a software e codici. E infatti, quando saluta qualcuno da dietro il suo barbone e i capelli lunghi e arruffati, non dice “Buon giorno”, ma “Happy hacking”.

Linus Torvalds

Se Richard Stallman è Marx, Linus Torvalds è il suo Lenin. Questo ragazzo finlandese, dopo avere ascoltato una conferenza di Stallman a Helsinki nel 1991, chiese aiuto via Internet per completare il sistema operativo che aveva già iniziato a scrivere e che è poi diventato Linux. Con sua grande sorpresa gli risposero con entusiasmo migliaia di programmatori da ogni angolo del mondo, dopo aver accertato che Torvalds non ci avrebbe guadagnato nulla e che i codici del nuovo software sarebbero restati aperti a tutti. "Una cosa nata nel casino della mia stanza da letto è diventato il più grande progetto di collaborazione della storia del mondo", sostiene. Quel progetto poi è stato abbracciato dall’Ibm e dalla Hewlett-Packard, dai creatori di “Shrek” e dalle Poste cinesi. Il 40 per cento delle società americane e europee hanno adottato Linux o stanno sperimentandolo. Tanto che Steve Ballmer, amministratore delegato della Microsoft, sostiene che Linux rappresenta la minaccia numero uno alla sua società. Ma se molti hanno fatto di lui l’anti-Gates, Torvalds, che adesso ha 31 anni, si vede come un “rivoluzionario per caso”, che è poi il titolo della sua autobiografia. Uno interessato più alla tecnologia di questo sistema operativo in continua evoluzione che al senso di comunità che ha finito per generare. "Molti si aspettano che io viva una vita frugale, da monaco", sostiene. Ma non è così. Torvalds si è messo a lavorare come programmatore per la Trasmeta, in Silicon Valley. E vive in un comodo villino con moglie, tre figli e un cane.

Marc Andreessen

Forse, dopotutto, era solo un’illusione e non una rivoluzione. Comunque sia, il boom di Internet è una storia che ha una precisa data di nascita: 9 agosto 1995, il giorno in cui Netscape venne offerta al pubblico a 28 dollari per azione e chiuse la giornata a quota 58, con una capitalizzazione di due miliardi di dollari. E in cui Marc Andreessen, un ventiduenne di Chicago che aveva inventato Mosaic, il primo browser facile da usare per navigare su Internet, divenne un simbolo dei nostri tempi. Marc era giovane e geniale, aveva reso accessibile una rete che avrebbe migliorato la vita dell’umanità ed era anche diventato stramiliardario. Che cosa si poteva volere di più? Poco dopo Microsoft rispose con Internet Explorer e Netscape, incapace di reggere la guerra dichiarata da Bill Gates, fu assorbita da Aol, dove Andreessen passò due anni da vicepresidente. Ma si sentiva un pesce fuor d’acqua, aveva bisogno di essere in un ambiente suo. E così due anni fa ha fondato Loudcloud, una società che fornisce software alle aziende per rendere più efficace la propria presenza su Internet. Con il nome di Andreessen alle spalle, doveva essere un grande successo, ma quando Loudcloud è andata in Borsa è rimasta a sei dollari e adesso, tra licenziamenti e ristrutturazioni, fatica a difendere quota uno. Andreessen manda a Gates segnali di pace. "La vita è troppo breve", sostiene. "E mi sembra meglio essere suo partner che suo nemico".

Shawn Fanning

È un altro che si è assicurato un posto nella storia di Internet: con Napster ha lanciato la moda collettiva di scambiare gratis file musicali nel formato Mp3. A soli 19 anni, Fanning ha così scoperto quella che in gergo si chiama una “killer application”, cioè una tecnologia in grado di contagiare milioni di persone in pochi mesi. In questo caso si tratta di 60 milioni di utenti che standosene nella poltrona di casa non dovevano neppure tirare fuori un centesimo per avere accesso alla loro musica preferita. Così Fanning divenne un eroe, cominciò a tenere comizi col pugno chiuso alzato, dando interviste in cui si dichiarava non un imprenditore che operava ai margini della legge ma il leader di un movimento sociale. Per ovvi motivi le case discografiche hanno visto in Napster un attentato alla loro stessa esistenza e dopo anni di battaglie legali hanno costretto la società a dichiarare bancarotta. Ma se Fanning è finito in ombra, i siti che ripropongono il suo concetto di scambio di musica via Internet continuano a spuntare: tra gli altri Gnutella, Morpheus, Grokster, MusicCity, Kazaa, AudioGalaxy...

Kim Polese

Aveva tutto, Kim Polese. Era intelligente, era una brillante oratrice e, come Product manager del linguaggio Java alla Sun Microsystems, aveva dato prova di essere una che ci sapeva fare. Bella e affascinante, con quei capelli corvini un po’ rossicci era diventata la Julia Roberts della Silicon Valley. Quando nel ’96 lasciò la Sun e fondò Marimba, una società che si proponeva di garantire l’affidabilità e la sicurezza dei network, molti avevano pensato di avere davanti la nuova Cisco. Anche “Time”, che l’anno dopo inserì la Polese in una lista dei 25 americani più influenti, tra Madeleine Albright e Tiger Woods. "Voglio creare qualcosa che sia utile agli altri", disse. "Se pensi solo ai soldi, alla fine ti senti vuoto". Un problema che per la Polese non si pone più perché Marimba, dopo avere toccato quota 68 dollari, ora vegeta attorno a uno e mezzo. Un’altra società Internet rivelatasi più fumo che arrosto, ma la Polese, che nel frattempo ha lasciato la poltrona di amministratore delegato, resta una speaker molto ricercata e un modello per le (poche) donne della Valley.

Tim Berners-Lee

Tim Berners-Lee è nato a pochi mesi di distanza da Bill Gates. E se lo avesse voluto, forse avrebbe potuto diventare ricco come il fondatore della Microsoft. Ma fin da quel giorno di Natale del ’90 quando sperimentò per la prima volta il World Wide Web, forse inconsapevole dell’importanza di quel momento, il fisico inglese non ha mai avuto dubbi: sarebbe stata una rete universale, aperta a tutti e certamente non dominata dagli interessi delle grandi multinazionali o dai sogni di ricchezza delle start-up. Dodici anni dopo Berners-Lee resta l’idealista di allora. "Che il valore di una persona dipenda dal suo successo finanziario è tremendamente irritante", ha scritto in un libro dedicato alla sua avventura. Si è trasferito a Boston e va tutti i giorni al Mit alla guida di un vecchio Maggiolino per dirigere il World Wide Web Consortium, l’organizzazione che fa da guardia agli standard e ai protocolli universali delle rete. È anche impegnato in una nuova versione della rete che potrebbe essere pronta con il 2005 e che ha voluto chiamare “Semantic Web”. Il Web semantico, nel senso che dovrebbe capire non solo il significato delle parole ma anche il contesto. Anche in questo caso Berners-Lee non ha dubbi: standard e protocolli resteranno aperti. E se qualcuno sta già studiando il modo per cavarci fuori dei soldi, il fisico inglese ha obiettivi diversi: "La rete continuerà a facilitare la relazione tra i popoli con diverse prospettive culturali e questo ci permetterà di affrontare le grandi questioni dell’umanità".

Bill Joy

A 15 anni, era già a Berkeley a scrivere codici software. È stato uno dei cofondatori nonché il “chief-scientist” della Sun Microsystems, il cervello dietro lo sviluppo del sistema operativo Java, di vari tipi di microprocessori e adesso sta mettendo a punto Jxta, l’ultima sfida al pianeta Windows. Oggi, a 47 anni, Bill Joy è una delle leggende della Silicon Valley. Ma mentre il passare degli anni tende a far dimenticare gli idealismi giovanili, Joy ha preso un percorso diverso. Che lo ha messo in rotta di collisione con un bel po’ di amici del mondo high-tech. Nell’aprile del 2000 ha scritto un saggio su “Wired” intitolato “Why the Future Doesn’t Need Us” dove sosteneva che quelle stesse tecnologie che alimentano la nostra economia e i nostri sogni contengono anche i semi della nostra auto-distruzione. La continuazione della nostra specie, sostiene, è a rischio e il nemico è la triplice combinazione di genetica, nanotecnologie e robotica: "Abbiamo democratizzato la capacità di creare il Male", diceva. La Sun sperava che quell’articolo fosse una un’uscita estemporanea, ma Joy continua a prospettare robot che si auto-replicano e prodotti nanotecnologici con una loro volontà. Pone interrogativi scomodi. E molti, invece di dare ascolto ai suoi moniti, lo accusano di ipocrisia. "Facciamo così, io chiudo il mio laboratorio e tu chiudi la Sun", gli ha proposto nel corso di un recente seminario Manuela Veloso, professoressa di robotica al Carnegie Mellon. Poi, ricordando che non avrebbe potuto sviluppare i suoi robot senza i velocissimi computer della Sun, ha aggiunto: "Ma chi li ha fatti? Tu, non certo io".

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